Sono ormai 21 anni che il mese di febbraio, immediatamente dopo il giorno della memoria in ricordo delle vittime della Shoah, richiama alla nostra coscienza un altro evento che ha sconvolto, e spesso stroncato, le vite di migliaia di persone – italiane – che abitavano le regioni giuliano-dalmate. Nel marzo 2004 venne infatti istituito il “Giorno del ricordo”, da celebrare il 10 febbraio di ogni anno, nella ricorrenza delle vittime delle foibe e dell’esodo forzato degli italiani da queste regioni.
Per questo motivo, almeno per quanto mi riguarda, febbraio si è trasformato nel mese simbolo delle migrazioni involontarie, nelle quali le persone non scelgono di andare a cercare fortuna altrove ma, spinte da fenomeni che non hanno provocato, sono costrette a lasciare le loro case e i loro morti e fuggire sperando di riuscire a salvare la propria vita e quella dei loro cari.
Poi, dopo anni, senza alcuna sorpresa, seguendo da mesi le notizie, all’alba del 24 febbraio 2022 la Russia di Putin invade l’Ucraina e si ripete il dramma dell’esodo forzato, prevalentemente di donne e bambini, mentre gli uomini rimangono a combattere. Nei giorni immediatamente successivi all’invasione, circa 10 milioni di persone su 43 milioni sono fuggite all’estero. In seguito molte hanno fatto ritorno, ma 6 milioni sono ancora fuori dai confini e tante non ritorneranno.
Passa poco più di un anno, e febbraio ci ripropone il dramma delle migrazioni: anche in questo caso, all’alba del 26 febbraio 2023 una vecchia imbarcazione in legno partita il 22 da Smirne, in Turchia, con circa 180 persone a bordo, giunta nei pressi della foce del fiume Tacina, vicino Cutro in provincia di Crotone, a causa delle pessime condizioni del mare va a infrangersi contro una secca e fa naufragio.
La scena che si presenta ai primi soccorritori è sconvolgente: le onde riversano sulla spiaggia pezzi di relitto, povere cose, feriti e cadaveri, tanti cadaveri. Il mare, come la natura, segue leggi che non sono scritte dall’uomo, e quindi non fa sconti all’uomo, adulto o bambino che sia. E così, seguendo le sue regole, prende la vita di 94 persone, di cui 35 bambini, e ne restituisce i resti lungo chilometri di spiaggia e di scogli e nell’arco di diversi giorni. L’ultima vittima è stata ritrovata il 15 aprile successivo. Anche in questa occasione, come in tutte le altre a cui non facciamo più caso, la motivazione a partire di queste persone è stata dettata dall’impossibilità di continuare a vivere nel proprio paese, la maggior parte di loro fuggiva dall’Afghanistan, dopo il ritorno dei talebani.
Chi non ha seguito le regole, quelle scritte nelle leggi che si è dato e quella che dovrebbe elevarne la condizione e giustificare il suo autodefinirsi “figlio di Dio”, in questo, come negli altri casi, è stato l’uomo. L’uomo che ha creato le condizioni affinché queste tragedie si consumassero e, nel caso del naufragio di Cutro, l’uomo che sapeva che quella barca stracarica di disperati era in mare, che sapeva che con il mare grosso quella barca era a rischio di naufragio, l’uomo che l’ha vista arrivare e non è intervenuto.
Poi, per fortuna c’è stato anche l’altro uomo: quello che è entrato in mare per soccorrere vivi e morti; quello che si è prodigato per dare aiuto e conforto ai naufraghi; quello che, spinto dal sentimento chiamato umanità, ha assistito e dato ospitalità; quello che dedica un giardino ad Alì, come è stata battezzata, in un primo momento, la vittima più piccola – AVEVA SOLO OTTO MESI!
E anche l’uomo che non dimentica e che da tre anni, ogni sei mesi, all’alba del 26 febbraio e del 26 agosto si reca sulla spiaggia di Steccato di Cutro a onorare la memoria delle vittime del mare senza colpe e dell’uomo colpevole.
José Martì ci spronava a coltivare la rosa bianca e invece, nel Mediterraneo, siamo costretti a depositare crisantemi.
Luigi Cavallo
Membro del Parco della Pace

